Il giovane Holden, per giudicare uno scrittore, aveva un metodo semplicissimo: iniziava a leggere un libro, creava un dialogo immaginario con l'interlocutore-scrittore, del quale sapeva poco e nulla, quindi, finiva di leggere il libro. Poi pensava: "Questo potrebbe mai essere mio amico?!" oppure "Gli farei mai una telefonata per farmi raccontare i fatti suoi?!". Beh, chi vi scrive, un pinguino post tropicale degli anni Dieci, sarebbe stato ore ad ascoltare John Fante raccontare le storie impossibili della sua famiglia, con John Fante si sarebbe fatto una gran mangiata di spaghetti accompagnata da una buona bottiglia di vino e con John Fante ci sarebbe uscito la sera per andare a donne o anche solo a bere qualcosa in qualche bar assurdo di periferia!
Proprio dalla periferia del mondo iniziò la storia di John Fante (ma anche quella del suo alter-ego letterario Arturo Bandini), da Torricella Peligna, un paesino sulle montagne dell'Abruzzo, dal quale il padre Nick Fante, muratore, partì ad inizio Novecento per cercare fortuna in America. La famiglia Fante si stabilì a Denver, in Colorado, regione del Mid-West, dove gli inverni sono lunghi e pieni di neve, alla periferia dell' american dream, insomma, nell'Abruzzo d'America. Qui i Fante costruirono la loro Little Italy, fatta di spaghetti e vino rosso, di debiti di gioco e anziane donne vestite di nero,di messe domenicali e di bestemmie in italiano.
John Fante , però, era un ambizioso, e nonostante avesse vent'anni proprio negli anni della Grande Depressione, non smise mai di credere nel proprio talento. Fante e Bandini avevano un unico grande sogno: Los Angeles, la California.
In tutte le storie di Fante, anche in altre in cui il protagonista non si chiama Bandini (in alcuni romanzi chiama il protagonista Henry Molise) c'è sempre un autobus da prendere, un viaggio da iniziare, un luogo da raggiungere, una città nella quale poter dimostrare quanto vale Arturo Bandini, e che paradossalmente, non riesce a raggiungere quasi mai. Giocatore di baseball, sceneggiatore di Hollywood, chierichetto o scrittore, i protagonisti delle sue opere hanno tutti la presunzione, tipicamente italiana, di essere i migliori in tutto ciò che fanno, ma che per motivi più svariati (la sorte,le origini umili, italiane, e cattoliche che non aiutavano di certo) non riuscivano mai a dimostrarlo. Dopotutto anche suo padre Nick era il miglior muratore di Denver... se solo lo avessero fatto lavorare!
John Fante non ha raggiunto il successo planetario in vita. Ma non pensate al tipico scrittore bohemien morto povero e di stenti. Sempre grazie al genio italico, alla fine Fante fece successo nel mondo del cinema, come sceneggiatore di Hollywood, e visse una seconda parte della vita da ricco signore americano, con una bella moglie, quattro figli, una villetta a due piani in California ed una macchina decappottabile.
"Bandini è un terrone!", ha detto Capossella (uno dei primi italiani a scoprire John Fante). Come dargli torto!? Come tutti i terroni Bandini è testardo, presuntuoso, mammone, donnaiolo e bevitore, ma è allo stesso tempo uno vero, generoso, istintivo e passionale! E' un professionista dell'arte di sapersi arrangiare e dell'ostentazione del suo supposto talento, del quale nessuno ne ha prova, ma del quale lui è così convinto che finisce nel convincerne anche il lettore.
Come in un transfert, il lettore viene convinto più che dallo stile di Bandini, dallo stile di Fante, maestro di sintesi ed eleganza. Nella prosa fantiana le frasi sono estremamente brevi, dirette e semplici, e si susseguono con un ritmo incalzante, con un ché di sentenza. Leggere Fante è facile. Un suo libro potete regalarlo ad un ragazzo di 14 anni come ad un nonno di 80, ad uno di quei lettori occasionali che legge un libro all'anno, come ad un laureando in filosofia! Leggere Fante è divertimento, leggerezza, è confrontarsi con la voglia di realizzarsi di una generazione massacrata da due guerre, il crack del '29 e con famiglie smembrate dalla prima migrazione di massa.
Non penso che, però, tutti possano leggere John Fante! Non penso che possiate capirlo appieno se non avete avuto testimonianze dirette o indirette di qualche forma di migrazione. Non credo che, purtroppo, Fante finirà tra i libri di letteratura americana (troppo italiano per essere capito dagli americani di oggi), così come non entrerà in quelli di letteratura italiana (scriveva in americano, è nato a Denver, scartato!).
L'Italianità di Fante è più un senso di ribellione. John ama profondamente l'idea di America meticcia, come the land of dreams, e odia profondamente gli americani che tradiscono quest'ideale, che lo discriminano, lo deridono, lo chiamano dago! Alla bambina smorfiosa e ricca, che sbandierava la nobile discendenza da Mary Stewart, il piccolo Bandini rinfaccia il fatto di essere il pronipote del bandito Mingo di Torricella Peligna. John idealizza tanto Torricella Peligna e l'Italia che questo diventa un rifugio identitario attraverso il quale difendersi e contrattaccare!
Sono spassosissime le lettere dall'Italia, raccolte nel libro "Tesoro, qui è tutta una follia!", nelle quali Fante racconta dei suoi viaggi in Europa a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, dove la sua visione bucolica dell'Italia post rinascimentale svaniva nella Roma filo americana di quegli anni, tra la Dolce Vita e il Boom (tra l'altro decise di non visitare Torricella Peligna, pur soggiornando a Roma, proprio per non correre il rischi di venirne deluso). Forse proprio in questa non-identità, in questo ego che a volte si autoincensa e a volte si insulta, a volte italiano, a volte americano, a volte conservatore, a volte democratico, altre anarcoide, sta il successo del personaggio letterario di Arturo Gabriel Bandini, unico, vero e troppo moderno anche per noi!
Migrazioni, guerre, seconde generazioni (o meglio nuove identità meticce), crisi economica e conseguente disoccupazione, tutte tematiche sulle quali oggi, forse più di ieri, siamo obbligati a riflettere. Potete immaginare quindi come a trent'anni dalla sua morte, la voce di John Fante, rimbombi forte attraverso i milioni di lettori nel mondo, che come un prezioso tesoro nascosto, hanno scoperto uno dei più grandi artisti del Novecento.
Il lato che più ammiro di Fante, e quindi di Bandini, è la sua feroce autocritica. Infatti, proprio quando, sia John che Arturo, raggiungono il loro sogno si rendono conto presto che forse non era proprio quello che avevano desiderato nelle fredde notti del Colorado. Una volta raggiunta la California incominceranno a fantasticare su una nuova vita a Roma tra gelaterie, Via del Corso e migliaia di piccole automobili Fiat che sfrecciano a 100 km/h per viuzze dove non passerebbe nemmeno una mulo col carretto.
Nonostante Bandini avesse sofferto il gelo e la fame in gioventù, l'emarginazione per le sue origini italiane, si fosse trovato senza un dollaro a dormire nelle barche abbandonate in riva all'oceano, le sue pagine più amare sono senza dubbio quelle in cui Bandini viene assunto e lautamente pagato da un colosso cinematografico per non scrivere (ne "I sogni di Bunker Hill"). Infatti Bandini amava troppo la vita per stare chiuso in un ufficio, dove tra le altre cose non riusciva a scrivere nulla che soddisfacesse né lui né i suoi produttori. "I can't get no satisfaction" sarebbe stato l'inno della generazione dei figli di Fante, eppure, come cantavano gli Stones, Bandini sentiva che stava sprecando il proprio talento, e l'unica cosa che riusciva a fare era mettersi nei guai seducendo segretarie ed agenti letterarie. Così Bandini, a mo' di francescano, molla tutto e torna nella stanza della pensione da quattro soldi dalla quale era partito e comincia a scrivere. La saga di Bandini si conclude proprio nel momento in cui l'alter-ego e lo scrittore si incontrano per la prima volta davanti ad un foglio bianco e ad una macchina da scrivere.
Ecco un estratto di quel momento, uno degli ultimi paragrafi che nel 1982, John, oramai cieco e mutilat a causa del diabete, dettò alla moglie Joyce:
"Ma supponiamo che avessi fallito. Supponiamo che avessi perso tutto il mio magnifico talento. (...) Cosa mi sarebbe successo? Sarei andato da Abe Marx e sarei diventato aiuto cameriere? Avevo diciassette dollari nel portafogli. Diciassette dollari e la paura di scrivere. Mi sedetti davanti alla macchina per scrivere e mi soffiai sulle dita. Per favore Dio, per favore Knut Hamsun, non abbandonatemi adesso. Cominciai a battere e scrissi (...)".
In memoria di John Fante, che ci ha raccontato che non importa se sei italiano, filippino, americano, vecchio, quindicenne, squattrinato, ricco con una villa a Malibù. Ciò che importa è rimanere vivi, è avere una California da sognare e una Torricella Peligna da portarsi sempre dentro.
Valencia, 8 maggio 2013
“AUTUNNO A PECHINO”
Boris Vian.
In questo romanzo, Boris Vian, sembra riuscire ad aprire i cassetti più nascosti del subconscio umano. Vian ci racconta la realtà di un altro cielo, le emozioni di un altro mondo che si fondono con idee, pensieri, dimensioni oniriche e surreali.
Amadis Dudu, il protagonista della storia, è un uomo che fugge dalla realtà. E' un impiegato Dudu, dalla vita monotona e dominata da riti quotidiani. Non è il capo dell'impresa di cui fa parte, né mai lo sarà.
Dopo una mattinata tormentata, Amadis decise di salire sull'autobus per Exopotamia , dopo averne perso uno che gli era passato davanti al naso, accettando la proposta di andare a lavorare per un'opera architettonica impossibile: costruire una ferrovia che non conduce da nessuna parte. Una volta sull'autobus si rese immediatamente conto di non poter più tornare indietro. Tutto era stato studiato per portarlo a lavorare nella sconosciuta Exopotamia. Amadis venne abbandonato sul cantiere della ferrovia, dopo una folle corsa nel deserto, forse il suo deserto interiore. Alla fine dell'epopea sull'autobus, Amadis capì che lui era l'unico padrone dei suoi sogni, ma allo stesso tempo dubitava di se stesso, pensava che avrebbe potuto essersi addormentato sull'autobus che prendeva ogni mattina per andare al lavoro, e che si sarebbe potuto risvegliare impiegato in qualsiasi momento. Amadis ben presto conobbe tutti i vari personaggi che per un motivo sconosciuto erano stati prescelti per questa impresa tanto inutile quanto impossibile: un archeologo, due operai instancabili, un donna color dell'ebano che incarnava la sensualità e che perturbava gli animi dei lavoratori della ferrovia, il cuoco italiano esperto di cucina, di vino e del piacere della carne (in senso culinario e non!), un medico che costruiva aerei che non volavano mai, la sua sedia con la febbre e il suo paziente di fiducia, un pazzo che aveva trovato la sua ragione di vita nella mutilazione delle sue parti intime, due giovani ingegneri, amici per la pelle, che si contendono una bellissima ragazza, indecisa e dalla sensualità conturbante.
Boris Vian esalta e porta agli estremi le frustrazioni e le debolezze di questi personaggi, destinati all'autodistruzione. Secondo alcune critiche, lo stesso autore entra in scena attraverso il personaggio dell'abate, un parroco senza parrocchia, che sembra lo Zeus ex machina di tutta la vicenda. Supervisore e anello di congiunzione di tutte le storie che coinvolgono i vari personaggi, consiglia, giudica e cambia i loro destini, prendendo, a seconda del suo stato d'animo, decisioni che a nessuna chiesa nel mondo salterebbero mai in mente. Per esempio ordina come penitenza la fornicazione eterna ad un eremita, che pur essendo tale, conviveva con la bellissima giovane nera.
La ferrovia è un pretesto. La si costruisce per un futuro incerto, anche se tutti sanno che gli unici a beneficiarne saranno i costruttori. L'amore ed il degrado s'intrecciano come un flusso vitale sotto un cielo macchiato di giallo e marrone e che nasconde soli eterni. Nel libro non si parla né di autunno né di Pechino, ma solo di Exopotamia, del suo calore, e della pretesa dell'uomo di essere Dio nel deserto della sua esistenza.
"ANTICHI MAESTRI"
Thomas Bernhard.
Reger è un anziano signore, appassionato di arte, musicologo nonché critico del Times (apprezzato all'estero, bistrattato dalla sua Austria). La sua vita era sempre ruotata intorno alla musica, alla pittura e alla filosofia, guardando ed ammirando gli “antichi maestri”. Ma la vita di Reger cambiò radicalmente dopo la dipartita della moglie. Si rese conto di aver perso ciò che più amava al mondo e provò a rifugiarsi sempre in quegli “antichi maestri”, che improvvisamente diventarono muti e sempre più lontani dalla realtà. La morte della compagna spinse Reger ad un atteggiamento nichilista e belligerante contro l'umanità, la cultura, lo Stato, la Chiesa Cattolica, Vienna, l' Austria ma soprattutto contro l'Arte.
Reger venne colto da una forma di nevrosi perfezionistica,che lo portava a presentarsi ogni due giorni al Kunsthistorisches Museum per osservare i quadri degli artisti più importanti della storia dell'arte e di scorgerne i difetti, o le incongruenze, o dei dettagli mal riusciti. Ogni due giorni ripeteva quello che era quasi un rituale, che culminava con l'anziano che si sedeva di fronte al quadro “L'uomo con la barba bianca” di Tintoretto. La vicenda viene narrata da un osservatore esterno, un amico di Reger, il giovane professor Atzbacher, che incuriosito e anche un po' preoccupato da quello strano signore, ossessionato da quel quadro del Tintoretto, volle conoscerne la storia. C'erano ragioni molte profonde che legavano quell'uomo a quel quadro.
Il lettore verrà assorbito in un monologo interiore duro e asciutto. La prosa di Bernhard utilizza registri diversi, è ripetitiva e, a forma di spirale, scende nel profondo, un profondo abitato dalla solitudine e dalla morte.
“LA SCHIUMA DEI GIORNI”
Boris Vian.
Boris Vian morì in un cinema, ma non in un cinema qualsiasi. Era andato in incognito a vedere la premiere cinematografica dell'adattamento del suo romanzo "Sputerò sulle vostre tombe”, dopo aver discusso a lungo sia con il produttore, che con il regista e ovviamente con lo sceneggiatore. Aveva trentanove anni. Ci ha lasciato 10 romanzi, 3 racconti, 7 spettacoli teatrali, 5 libri di poesia e numerosi articoli e saggi. Era inoltre un ingegnere, un trombettista jazz, un cantante, produttore, traduttore nonché satrapo del Collegio di Patafisica. Era uno dei protagonisti della Parigi bohemien della fine degli anni '40. Aveva frequentato Sartre e Simon de Beauvoir, ma anche Duke Ellington e Miles Davis. La sua vita fu una storia bellissima.
Ne "La schiuma dei giorni" Vian unisce il registro divertente a quello tragico, per dipingere una storia agrodolce in cui il lettore passa da una scena all'altra, senza alcun tipo di continuità, e con numerosi ed inaspettati colpi di scena. Nella storia d'amore tra Colin e Chloé, le emozioni si susseguono di pagina in pagina, ma, mentre gioia e dolore si alternano, la tenerezza è il basso continuo di questa splendida composizione di Vian.
Questo libro è un romanzo d'amore, bello e quindi tragico. Vian crea un universo onirico tra Calvino e Salvador Dalì. Il lettore deve accettare il gioco surreale al quale quale viene invitato a partecipare: appariranno così pederasta d'onore, marchingegni impossibili, estratti da libri di ricette per pietanze surreali. Se vi lascerete travolgere dalla leggerissima scrittura di Vian vi confronterete con un scrittore insolito, a volte folle, sempre sorprendente. Gioca con le parole, così come Chet Baker scherzava con le note, rompendo lo spazio e il tempo, torcendo il quotidiano, o cercando di diluirne il confine.
"Sono solo due le cose che contano: l'amore, in tutte le sue forme, con belle ragazze, e la musica di New Orleans e di Duke Ellington. Tutto il resto è da buttar via, perché è brutto, e la dimostrazione contenuta in questo romanzo deriva tutta la sua forza da un unico fattore:questa storia è totalmente inventata perché io me la sono inventata da capo a piedi”
Il LIBRO NERO DEI COLORI
Menena Cottin, Rosana Farìa.
Alla domanda “che cosa sono i colori?” un fisico risponderebbe che altro non sono che una variazione della lunghezza d’onda all’interno dello spettro elettromagnetico, uno psicologo affermerebbe che sono un fenomeno della percezione, un fisiologo ci direbbe che sono la risposta del nostro sistema nervoso agli impulsi visivi esterni. Per un pittore i colori sono l’alfabeto della propria arte, ma probabilmente l’uomo della strada risponderebbe che i colori sono una proprietà intrinseca agli oggetti stessi. Nessuno degli interpellati, però, riuscirebbe a confutare l’enorme carica emotiva ed evocativa dei colori.
"Il libro nero dei colori” è incentrato su un gioco poetico e psicologico che gli antichi greci chiamavano sinestesia, ovvero la percezione dell’arte attraverso più canali canali sensoriali. Il gioco si basa sull’idea che un colore non solo si possa vedere, ma si possa anche toccare, gustare, annusare o anche solo immaginare. Il protagonista di questo libro è Tommaso, un bambino cieco, che ci spiega che cosa sono per lui i colori. Tutto il volume si presenta completamente nero, tutte le illustrazioni presenti sono impresse in rilievo con un inchiostro vinilico nero, a rappresentare la quotidianeità di Tommaso. L’obiettivo dell’opera delle bravissime disegnatrici venezuelane, Rosana Faria e Menena Cottin, è quello di superare il concetto di colore solo come propietà fisica. Il colore nasce nella nostra mente, e grazie alla libera associazione mentale assume forme, sapori e odori. La finalità dell’opera è assolutamente poetica, in quanto ricerca l’universalità del linguaggio. “Il libro nero dei colori” è un album illustrato dove la poesia non fluisce solo attraverso le immagini e le parole, ma anche attraversoil tatto, il primo senso di cui abbiamo ricordi, il senso dell’infanzia. Il risultato è strepitoso, oltre ad un valore pedagogico e sociale importante, questo libro ha anche un bellissimo messaggio finale: a Tommaso i colori piacciono davvero tutti!
UNA BANDA DI IDIOTI.
John Kennedy Toole
“Una banda di idioti” è stato più volte definito come un tesoro sommerso della letteratura nordamericana del secolo scorso. Questo capolavoro sarebbe rimasto chiuso in chissà quale cassetto di casa Kennedy Toole se non fosse stato per la testardaggine della madre dell’autore ,che non dandosi pace per la prematura scomparsa del figlio, morto suicida a soli 32 anni, cominciò a far leggere il manoscritto del romanzo a professori universitari e responsabili editoriali. A scoprire la grandezza di questo libro fu un professore di letteratura inglese del Loyola College di Baltimora, tale Walker Percy, che contattato telefonicamente dalla signora Kennedy Toole nel 1976, accettò di leggere questo romanzo, non senza perplessità. Il professore si accostò con scetticismo al manoscritto illeggibile che gli aveva inviato questa strana signora della Louisiana, ma fin dalle prime pagine dovette ricredersi: “Ho tra le mani Ignatius Reilly, un tipo che non assomiglia a nessun altro personaggio della letteratura che io conosca .” Si rese conto di avere tra le mani un grande romanzo, che ribaltava i valori della letteratura americana degli anni ’50, attraverso l’ironia e il gusto del grottesco. Una volta dato alle stampe, il successo di questo libro non conobbe fine, tanto che nel 1981 vinse il Premio Pulitzer per la narrativa, e oggi, a quarant’anni dalla sua scomparsa, con solo due libri all’attivo,si può considerare Kennedy Toole tra i grandi della nuova letteratura americana. Tutta la vicenda è incentrata intorno ad Ignatius Reilly, un grasso e goffo trentenne, con lo spirito rivoluzionario del professor Sinigaglia interpretato da Mastroianni ne “I compagni”, l’inquietudine di Holden e la presunzione di Arturo Bandini. Con tutti questi personaggi ha anche in comune il fatto di vivere ai margini della società, ma, a differenza dei suddetti, Ignatius non è per niente affascinante, anzi è disgustoso! E’ un disadattato che a trent’anni continua a vivere sulle spalle della povera madre anziana, assuefatto dalla televisione, petomane e con poca cura dell’igiene personale. Ignatius è alla continua ricerca di un lavoro, perché ogni volta che comincia a lavorare da qualche parte aizza tutti gli impiegati contro i padroni oppure contesta e si burla delle regole del mercato, siano esse quelle delle grandi fabbriche di tessuti della Louisiana o del camioncino che vede hot-dog per strada. La storia è ambientata nei sobborghi di una fredda e fumosa New Orleans di fine anni ’50. Ignatius si muove ai margini dell’American Dream, tra afroamericani, spogliarelliste e migranti italiani che provano a farsi spazio nella società, ma tutti con scarsi risultati, dando così vita a storie divertentissime che s’intrecciano con quella del protagonista. Proprio grazie a questo contorno così grottesco il Ignatius emerge, perché, nonostante i numerosi fallimenti, è un personaggio geniale, che riesce sempre a seguire il proprio istinto di sopravvivenza, ottenendo il massimo facendo il contrario di quello che la società si aspetta da lui. Pare che per il titolo del libro Kennedy Toole si fosse ispirato, al noto aforisma di Jonathan Swift che affermava: "quando nel mondo appare un vero genio, lo si riconosce dal fatto che tutti gli idioti fanno banda contro di lui" . Così il lettore sin dalle prime pagine sta dalla parte di Ignatius, rendendosi conto di essere di fronte a un personaggio unico della storia della letteratura:è impossibile non provare simpatia per questo omaccione un po’ filosofo, un po’ rivoluzionario e un po’ bambino.


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